Letteratura in Sardegna: lo gnocchetti western di Vanni Lai finalista al Premio Italo Calvino

di Salvatore Taras

In tanti ci avevano pensato: il genere western con la Sardegna ci calza a pennello. E in effetti con le sue storie di fuorilegge e i suoi paesaggi solitari al limite dell’esotico, l’isola può rappresentare un ottimo palcoscenico per sceneggiature da far west. Nessuno però si era mai azzardato a mettere insieme due realtà così apparentemente lontane.
Con “Sei colpi al tramonto”, Vanni Lai non solo ci è riuscito, ma ha rivoltato come un calzino il classico romanzo alla banditi&pastori per inventare un nuovo genere narrativo che nel prossimo futuro potrebbe suscitare un particolare interesse.
Metti insieme un eroe senza nome votato a farsi giustizia da sé, uno scontro epico tra bande rivali (del Maniscalco e del Crobu) e un mondo ai margini del pastoralismo tra pinnetas e domus de janas. Inserisci ferrovie che attraversano il nulla, miserabili villaggi di pietra e fango e cittadine emergenti in cui si agitano senza tempo le ombre della dominazione spagnola, intrecciando parallelismi con atmosfere messicane.

E aggiungi miniere e bordelli dove si ingurgitano a profusione torcibudella più familiari del whisky e della tequila, al gusto arroventato dell’abbardente distillata alla buona. Non siamo di fronte a un romanzetto costruito semplicemente attorno a sparatorie e cadaveri sforacchiati. Non sarebbe bastato dotare i pistoleri di una calibratura espressiva che potremmo definire “al cannonau”.
Siamo in presenza di una scrittura visionaria ed efficace che, senza mai prendersi troppo sul serio, introduce i ritmi strascicati di un vecchio riff blues per far vibrare un gran numero di corde e lasciare il passo a una liricità inaspettata. La Sardegna si staglia tutt’intorno, senza neppure essere menzionata.
Nasce così lo “gnocchetti western”, un piatto narrativo succulento al punto da solleticare il palato finissimo del Circolo dei lettori di Torino, la commissione tecnica di preselezione che ha portato il romanzo in finale al 33esimo Premio Italo Calvino. Il tutto in un’edizione da record con 889 partecipanti.

E se diventare finalista a un concorso tanto prestigioso è un bel traguardo da raccontare ai nipoti, arrivarci due volte in meno di un lustro è di certo un’impresa per pochi. Insomma, un’impresa per Vanni Lai, autore di Osilo a cui non mancano il sorriso e l’ironia, una cospicua dose di autostima e soprattutto la curiosità.
Trentasette anni spesi tra i campi di calcio prima e le redazioni dei giornali poi, trovando anche il tempo per pizzicare la sua amata sei corde (e si dice, farsi pizzicare appresso alle belle donne per le quali nutre altrettanta passione) il giovane artista aveva già scalato il ripido gradino della finale.
Ci era arrivato nel 2017 sorprendendo tutti con “Le Tigri del Goceano”, un romanzo mai pubblicato, il cui titolo riecheggia ancora nell’immaginario collettivo come la famosa pantera sperduta tra i monti della Barbagia, di cui tutti sanno ma che nessuno ha visto mai.

Per il tenace scrittore in erba non poteva essere un fuoco di paglia. La sua penna ha prodotto ancora e ancora fino a creare non solo una novità nel panorama narrativo, ma una “sua voce riconoscibile”, come ha sentenziato con plauso il più navigato collega Flavio Soriga (membro della giuria al Calvino e a suo tempo vincitore), riuscendo a emergere ancora una volta in un momento in cui il confronto tra autori è sempre più serrato e competitivo. L’abbiamo intervistato.

Non pensi sia stata una scelta azzardata ripresentarsi con un genere sperimentale, soprattutto ora che il western classico è un po’ fuori moda?
All’inizio non ci ho pensato molto, mi sono fatto guidare dall’ispirazione. Ne ho avuto consapevolezza solo dopo l’annuncio del mio nome in finale. Forse è stato un azzardo. Però, se ci rifletti, l’azzardo è anche una delle caratteristiche del western, e quindi ben venga. A volte le mode ritornano inaspettatamente, se riesci a stuzzicarle nel modo giusto.  

Ti aspettavi di arrivare in finale ancora una volta?
Il Calvino sta crescendo di anno in anno. Nel 2017 i partecipanti erano “solo” 670 e in finale arrivammo in nove, con prevalenza di autori del nord. Allora mi cimentavo proprio alla cieca. Stavolta invece sapevo di avere un buon testo con tutte le chanche per la finale. Non lo dico con presunzione, ma in questi tre anni ho letto un sacco ed ero cosciente del mio livello. Vincere è un altro discorso. Sapevo anche che mi sarei scontrato con dei mostri, perché oggi ci sono molti esordienti fortissimi.

Come è nata l’idea?
A partire dal paesaggio. A un certo punto mi sono fermato e ho pensato che la Sardegna potesse essere perfetta per mandare in scena il far west. Abbiamo elementi che si prestano tantissimo, miniere abbandonate, ferrovie sperdute, le dune vive più alte d’Europa, scenari desertici che potrebbero stare benissimo tra gli Stati Uniti e il Messico. Una fauna altrettanto adeguata. E in questa meravigliosa scenografia ho inserito i personaggi.

Questi ultimi come li hai costruiti?
Ho elaborato figure importanti a livello storico, lasciando al lettore l’idea se fossero di fantasia o meno. Mi interessava dare quel tocco di “spagnoleggiante” che ancora è presente in Sardegna. Un tocco di Messico, anche nei nomi, come Navarru o padre Jaime.

In quali luoghi e in quale periodo è ambientato?
L’idea è quella di creare una sorta di caccia al tesoro, senza mai fare nomi precisi, in modo da lasciare al lettore la scoperta dei posti descritti nel romanzo. Ad esempio, non nomino mai la Sardegna, parlo semplicemente “dell’isola”. Si possono intravedere scene ambientate nella Nurra, in Gallura o in Barbagia, in Costa Verde come nel Sulcis. Il periodo è la seconda metà dell’Ottocento. Ma siamo in una terra, o meglio, in una dimensione senza tempo, proiettata verso il passato quanto verso il futuro.

Quali riferimenti letterari ti hanno ispirato di più?
Tutto il lavoro in questo caso rispetta i cliché e i canoni del western, in particolar modo dello “spaghetti”. Quindi è inevitabile il rapporto con il cinema. Tuttavia per scrivere bene bisogna leggere un sacco. Personalmente mi ispiro a un certo tipo di letteratura americana e soprattutto sudamericana. Mi piacciono autori come Jorge Luis Borges e in particolare Juan Rulfo.

Obiettivi futuri?
Per il momento voglio godermi questo momento. Poi si vedrà.

Ci auguriamo arrivi presto la pubblicazione. Cosa ti resta del Calvino?
Un prezioso arricchimento culturale e un bel confronto tra colleghi di straordinaria levatura, benché esordienti. Tra i finalisti c’erano autori con scuole di scrittura alle spalle, altri che lavoravano a teatro ad alti livelli, gente che aveva già pubblicato per riviste. Insomma. Non è più il tempo dei signor nessuno. Essere arrivato in finale tra questi fuoriclasse lo considero oggi più che mai un grande traguardo.


Al seguente link potrete visionare il video della presentazione dell'autore per il premio Italo Calvino. Clicca qui.

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